di Ariel Brandolini (Design Associati)
Guillermo González Ruiz è una figura centrale nella storia del graphic design argentino. Architetto e graphic designer, è stato uno dei fondatori e primo direttore del Corso di Laurea in Graphic Design della Facultad de Arquitectura, Diseño y Urbanismo (FADU) dell’Universidad de Buenos Aires (UBA) nel 1985, dove ha insegnato fino al 2011. Prima della sua attività accademica aveva già sviluppato un importante percorso nel campo del progetto grafico e della comunicazione urbana, tra cui il sistema di segnaletica della Città di Buenos Aires (1971–72), realizzato insieme a Ronald Shakespear. Parallelamente ha elaborato una profonda riflessione teorica sul design, esposta nel libro Estudio de Diseño (1996), attualmente in fase di traduzione per la sua prima edizione italiana da parte di DA-editoria.it.
Ma ciò che colpisce maggiormente di questo maestro del design argentino non è soltanto la sua statura intellettuale e professionale, bensì anche la sua qualità umana. Ho avuto l’opportunità di frequentare con lui i corsi di Disegno Grafico al primo e al terzo anno e, prima di trasferirmi in Italia, sono stato assistente della sua cattedra. Ricordo ancora le sue teoriche — le lezioni settimanali rivolte a centinaia di studenti — e il modo in cui attraversava aule e tavoli di lavoro con una totale disponibilità al dialogo. Prima ancora che un grande professionista e docente, González Ruiz — o “Palito”, come lo chiamano affettuosamente colleghi e studenti — è una persona profondamente gentile, curiosa e aperta allo scambio.
Nato a Chascomús, la stessa città della provincia di Buenos Aires dove nacque anche Raúl Alfonsín, primo presidente democratico dopo l’ultima dittatura militare, González Ruiz progettò inoltre il logotipo della sua storica campagna elettorale: la sigla “RA” inscritta in un ovale con i colori della bandiera argentina, dove le iniziali rimandavano sia al nome del candidato sia alla República Argentina. Un segno semplice e memorabile che riflette chiaramente la sua idea del progetto come gesto civico e culturale. Oggi, appena compiuti ottantanove anni, ricorda con lucidità e generosità i suoi anni di formazione, gli inizi nel graphic design e l’esperienza della creazione del Corso di Laurea in Graphic Design alla UBA.
Come sono stati i suoi inizi nel graphic design?
Tutto cominciò nel 1957. Avevo compiuto vent’anni il 18 marzo e, pochi giorni dopo, il 4 aprile, morì mio padre. In quel periodo ero molto amico di Mario Weinstein. Suo padre, con grande generosità, disse a mia madre che, se avesse avuto bisogno di qualcosa, non esitasse a chiederglielo. Aveva una casa vuota a Once, nel centro di Buenos Aires, ed è lì che iniziai a lavorare.
Comprai carta da scenografia da Artística Leidi, uno storico negozio di materiali artistici e per il bricolage, e con le tempere disegnai, con tratti ingenui, la silhouette di una madre o di un’infermiera che dava un cucchiaino a un bambino. Le aggiunsi un bordo nero perimetrale, molto influenzato da Celestino Piatti, un designer che ammiravo molto in quegli anni. Presentai quel lavoro a un concorso e ottenni il primo premio con onori.
Poi partecipai a un altro concorso, questa volta per la Secretaría de Turismo di Córdoba, e vinsi nuovamente il primo premio. Dovetti viaggiare in autobus e ricevetti diecimila pesos. Non riuscivo a crederci.
Nel 1960 sapevo che Sigwart Blum era il corrispondente di Gebrauchsgrafik, rivista tedesca di design pubblicata dal 1924 e dedicata all’arte commerciale e al design pubblicitario. Era un uomo anziano che aveva un ufficio al quarto piano della Galería Florida, nella via pedonale del microcentro porteño. Salivo da lui, gli chiedevo il permesso di consultare la sua biblioteca e rimanevo per ore seduto sul pavimento a leggere riviste come Idea Graphic Design, Graphis, Novum e molte altre.
Alla Siam Di Tella vennero a sapere che avevo vinto quei concorsi e il direttore, Juan Carlos Kreimer, mi invitò a entrare in azienda. I progetti che realizzai lì furono pubblicati da Blum su Gebrauchsgrafik e da lì iniziò tutto. In verità, devo molto a Blum e ne onoro sempre la memoria.
Successivamente iniziarono a chiamarmi per pubblicare lavori su riviste internazionali di design come Graphis, Idea Graphic Design, Modern Publicity di New York ed Experimenta in Spagna.
Nel programma fondativo del suo corso di Disegno Grafico, tra gli obiettivi pedagogici fondamentali, lei scrive che l’università deve “considerare la realtà nazionale come principio, mezzo e fine dell’attività universitaria”. La creazione del Corso di Laurea in Graphic Design fu principalmente il risultato del clima di apertura democratica che si viveva in Argentina in quegli anni o rappresentò anche un naturale processo di trasformazione dell’attività grafica in disciplina accademica e professione?
La creazione del Corso di Laurea in Graphic Design fu il risultato di entrambe le cose: dell’apertura democratica e dell’evoluzione naturale del graphic design. Bisogna considerare che io ero diplomato al Colegio Nacional de Buenos Aires, che fa parte della UBA, quindi avevo già interiorizzato certi valori democratici. Inoltre ero nato a Chascomús, città natale di Raúl Alfonsín, padre della democrazia argentina.
Nel piano di studi originario il progetto occupava una posizione centrale. Come definirebbe il ruolo del Laboratorio di Progettazione nella formazione del designer alla FADU?
Il Laboratorio di Progettazione è fondamentale. Senza dubbio non tutti gli studenti sono portati per essere creativi, ma nessuno deve ignorare quale sia l’essenza, il nucleo vitale della nostra disciplina. Alcuni saranno storici, altri venderanno oggetti di design, ma a tutti doveva essere chiaro che l’essenza del designer è progettare.
Quali furono i principali riferimenti teorici — provenienti dalla psicologia, dalla pedagogia o dalle scuole europee di design — sui quali costruiste il programma del corso?
Avevo fatto psicoanalisi con uno straordinario professionista, il dottor Samuel “Sammy” Finkelstein, e questo mi aiutò ad aprirmi democraticamente verso grandi riferimenti del design internazionale. Tra questi Shigeo Fukuda in Giappone e Alan Fletcher, Colin Forbes e Theo Crosby a Londra, fondatori di Pentagram. Alan venne a Buenos Aires e ricordo che ci scambiammo saluti, aneddoti e libri allo Sheraton Hotel.
Poi nacquero naturalmente altri contatti che arricchirono la mia pratica professionale e la mia didattica: Silvio Coppola, Franco Grignani e Bruno Munari in Italia; Milton Glaser negli Stati Uniti; e in Giappone Katsumi Masaru, Yusaku Kamekura e lo stesso Fukuda.
Crede che esistano caratteristiche specifiche che distinguono il graphic design argentino?
Non lo credo. Il graphic design è universale e come tale deve essere praticato. Siamo designer, non folkloristi. Se qualcuno cercasse di fare design a partire da criteri localisti o folklorici, sarebbe un’aberrazione.
La FADU ha sempre avuto un numero molto elevato di studenti. La dimensione di massa rappresenta un limite per la qualità dell’insegnamento?
La massività non implica una decadenza né dell’insegnamento né dell’apprendimento. A un certo punto dovetti insegnare a novecento studenti. Ripetevo la stessa teorica tre volte perché l’aula più grande non poteva contenere più di trecento persone. E nulla di tutto questo compromise la qualità dei risultati.
Durante gli anni Ottanta e Novanta la FADU divenne uno dei principali centri di formazione del graphic design in America Latina. Quali fattori contribuirono a questo sviluppo?
La FADU fu un faro, un modello, per tutti i fattori che ho già indicato. Fu un esempio di insegnamento e apprendimento democratici.
Nella tradizione della FADU discipline come la tipografia e la morfologia occupano un ruolo strutturale nel piano di studi. Perché riteneva importante che fossero centrali nella formazione del designer?
Per me queste discipline sono specializzazioni, orientamenti possibili per chi desideri approfondirli, ma non devono mai trasformarsi in una deriva che permetta di eludere il progetto grafico.
Oggi il design è sempre più legato alla tecnologia e ai sistemi digitali. Crede che il quadro teorico con cui avete costruito il corso sia ancora valido?
L’autentico designer sa con quali buoi ara. Non si lascia abbagliare dalle nuove tecnologie che cercano di dissimulare tutto e di distrarlo dal nucleo progettuale.
Quale crede sia oggi il ruolo del designer nella società contemporanea: interprete di contenuti o attore culturale con una responsabilità critica? Il design mantiene una funzione sociale e in che modo può contribuire a migliorare la società?
In Argentina c’è un 41% di bambini poveri e un 13% di indigenti. Ricordo che una volta, arrivando a La Rioja, ci fermammo accanto a una miniera di carbone abbandonata dove un bambino giocava su un piccolo carrello ferroviario. Chiesi alla giovane donna che si prendeva cura di lui se fosse sua madre.
“No, sono la nonna. I genitori stanno lavorando in città”.
Allora le chiesi cosa avrei potuto regalare al nipote e lei mi rispose:
“Matite per scrivere”.
“Matite?”
“Sì, perché quando la maestra le spezza in due per distribuirle, le schegge feriscono le mani dei bambini”.
Questa era — e continua a essere — la realtà di molti paesi sudamericani.
In un’altra occasione incontrai due bambini a cavallo. La sorellina viaggiava sul posteriore di un cavallo sauro condotto dal fratello maggiore. Chiesi loro quanto tempo impiegassero per arrivare a scuola.
“Due ore”.
Calcolavano il tempo in base all’andatura del cavallo, alternando passo e galoppo. Due ore per andare e due per tornare, ogni giorno.
Di fronte a questo accumulo di necessità che caratterizza i paesi del Sud, credo che chiedere soltanto ai designer di migliorare la società sarebbe irresponsabile.
Se dovesse sintetizzare in poche parole l’identità del Corso di Laurea in Graphic Design della FADU, quale direbbe che sia la sua caratteristica più distintiva?
Il suo spirito democratico e inclusivo.
Guardando indietro, quale crede sia l’idea più importante che la FADU ha introdotto nell’insegnamento del design in America Latina?
La sintesi di tutte le idee che ho menzionato. Non esiste al mondo — e lo ribadisco: al mondo — un metodo di insegnamento-apprendimento migliore, per quanto moderno possa sembrare, che tenga conto di tutti questi aspetti. Molti modelli sono troppo lontani dalla nostra realtà, sia fisicamente sia mentalmente.
Che consiglio darebbe oggi agli studenti o ai neolaureati in graphic design?
Nessuno. Solo assumere la realtà che gli toccherà vivere e agire di conseguenza.
Guillermo González Ruiz, 1966, Anda a Cantarle.
Guillermo González Ruiz.
Guillermo González Ruiz, 1987, Programma originale della Carriera di Diseño Gráfico della FADU.
Guillermo González Ruiz, diagramma dei Subterraneos di Buenos Aires.
Guillermo González Ruiz, marchio/monogramma per la campagna elettorale del presidente Raúl Alfonsín.
Guillermo González Ruiz, Revista del CEA.
Guillermo González Ruiz, diversi isotipi.
Guillermo González Ruiz, manifesto, 1969.
Guillermo González Ruiz, pubblicità per Siam pubblicate nella rivista Gebrauchsgraphik numero 8 del 1964.
Guillermo González Ruiz / Ronald Shakespear, ExpoShow Buenos Aires, 1970-71.
Guillermo González Ruiz / Ronald Shakespear, segnaletica per la città di Buenos Aires, 1971-72.
Guillermo González Ruiz / Ronald Shakespear, Bonino, 1971.
Guillermo González Ruiz / Ronald Shakespear, Bonino, 1971.
Guillermo González Ruiz, manifesto per il film El Santo de la Espada di Leopoldo Torre Nilsson, 1970.
Guillermo González Ruiz / Ronald Shakespear, Nuevos Diseños Knoll, 1970.
Guillermo González Ruiz, SCA Octubre '81-'82, Interieur Forma (SCA - Sociedad Central de Arquitectos), 1981.