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In questa intervista dialoghiamo con Florencia Picco, graphic designer argentina formatasi alla FADU di Buenos Aires. Un percorso tra Argentina e Italia che esplora il valore della formazione critica, l’influenza della cultura visiva argentina e il ruolo del designer nella costruzione di significati e identità visive.

Florencia Picco: il design come presa di posizione

/// 11 novembre 2026 ///
tags: #design | #branding design | #motion design

Un dialogo con Florencia Picco, graphic designer argentina, per esplorare il rapporto tra design, pensiero critico e cultura progettuale: dalla formazione alla FADU-UBA all’esperienza professionale internazionale, dall’evoluzione dell’identità visiva al ruolo della didattica, fino alla responsabilità del designer nel costruire significati e interpretare la complessità della società contemporanea.

di Ariel Brandolini (Design Associati)

Florencia Picco è una designer argentina formatasi alla FADU-UBA, che ha sviluppato una carriera internazionale nel branding e nel design televisivo. Dopo oltre dodici anni come Vice President Global Creative and Branding per network internazionali come FOX e National Geographic, ha fondato nel 2014 a Roma lo studio Flopicco, dedicato allo sviluppo di progetti di branding e identità visiva per importanti clienti come Rai, Mediaset, Sky, Disney, HBO, Netflix e Burger King.

Parallelamente all’attività professionale ha svolto per oltre quindici anni attività didattica tra Buenos Aires e Roma, insegnando design grafico, motion graphics e branding. Il suo percorso rappresenta un ponte singolare tra la cultura progettuale argentina e il contesto professionale italiano e internazionale, oltre che tra due sistemi formativi differenti come quello della FADU e quello europeo.

Quali elementi della formazione ricevuta alla FADU hanno avuto l’influenza più forte sul tuo modo di intendere il design?

Direi due cose fondamentali: il pensiero critico e l’idea che il design non è mai solo forma.
 Alla FADU impari molto presto che ogni scelta visiva è una presa di posizione. Non disegni “perché è bello”, ma perché significa qualcosa.
E poi il progetto come processo. Non esiste il risultato finale senza tutto quello che succede prima: dubbi, errori, revisioni. È lì che si forma davvero uno sguardo.

In che modo la metodologia dei talleres ha contribuito alla tua formazione professionale?

I talleres sono una palestra incredibile. Ti insegnano a esporre, difendere, mettere in discussione e rifare.
È un sistema molto esigente ma molto onesto: le idee devono stare in piedi da sole.
 E soprattutto ti abitua a lavorare con lo sguardo degli altri addosso, cosa che nel mondo reale è esattamente quello che succede ogni giorno.

 La FADU è un'università di massa. Le classi sono enormi: cento persone, trenta per docente, poco spazio, poco tempo.
Devi farti vedere. Devi partecipare. Devi trovare il modo di emergere.
Questo ti allena a qualcosa di molto reale: nessuno ti regala attenzione. Devi conquistarla con le idee.
 E questo crea una tensione sana verso l’eccellenza.

Quali strumenti o metodi appresi alla FADU si sono rivelati più utili in un contesto globale?

La capacità di adattarti e di costruire senso in contesti diversi.
 Alla FADU non ti insegnano uno stile, ti insegnano a pensare. E questo, in un contesto globale, è tutto.
Quando lavori per brand come FOX, Rai, Disney o National Geographic, cambi continuamente linguaggio, pubblico, scala. Se hai un metodo solido, riesci a orientarti in questa complessità.
Alla FADU impari a pensare prima di eseguire.
E questo, quando lavori in contesti globali e complessi, fa tutta la differenza.

In che modo la cultura visiva argentina continua a influenzare il tuo lavoro?

Tantissimo. Forse più di quanto mi renda conto.
Ci sono una libertà e un’intensità nel modo argentino di fare design che mi porto sempre dietro.
 Una certa audacia, ma anche una forte connessione con il contenuto, con la realtà.
E poi una cosa molto argentina: arrangiarsi, risolvere, trovare soluzioni anche quando non hai tutto perfetto. Quello, nel lavoro, è fondamentale.

 C’è una tensione costante tra intuizione e contenuto.
 E una capacità di risolvere, di adattarsi, di trovare soluzioni anche in condizioni non ideali.
Questa combinazione di intensità e pragmatismo è qualcosa che porto in ogni progetto.

Che tipo di energia creativa genera un ambiente come la FADU?

È caotica, intensa, a volte anche un po’ brutale… ma incredibilmente viva.
Sei esposto a mille punti di vista diversi, e questo ti obbliga a posizionarti.
 Non puoi essere neutro alla FADU. Devi scegliere, prendere posizione, trovare la tua voce.
E questo genera un’energia molto potente.
Si sente anche un’energia collettiva molto forte.
Alla FADU convivono tutte le discipline del design. Lavori con persone che studiano design industriale, design dell’immagine e del suono, architettura.
 Questo ti abitua a pensare in modo sistemico, a capire che il design non è mai isolato.
E soprattutto ti insegna a lavorare in gruppo, ma senza perdere la tua voce.

Quali aspetti dell’esperienza come docente porti ancora oggi nel tuo lavoro?

Insegnare ti obbliga a rendere esplicito quello che fai in modo intuitivo.
Ancora oggi, quando lavoro con il mio team, mi ritrovo a spiegare, a strutturare, a dare strumenti, non solo brief. 
E credo molto in questo: non solo fare design, ma costruire cultura del design.
 L’esperienza didattica mi ha insegnato a costruire un dialogo.
Non solo con il team, ma anche con i clienti.
Il brief non è qualcosa che ricevi: è qualcosa che costruisci insieme.
Le revisioni, il feedback, le decisioni… sono conversazioni.
 E avere un approccio “da docente” ti aiuta a fare chiarezza, a far emergere i problemi giusti, non solo a risolverli visivamente.

Differenze tra insegnamento del design in Argentina e in Italia?

In Argentina c’è più “urgenza”. È molto più diretto, più esposto, più crudo.
 C’è più pressione, più esposizione, più intensità.
In Italia invece c’è spesso una maggiore attenzione alla forma, alla rifinitura, al dettaglio, che è bellissimo e importantissimo.
Ma a volte manca una base più teorica: filosofia, comunicazione, analisi letteraria.
 Per me sono fondamentali, perché ti permettono di capire il design come strumento culturale, non solo estetico.
Per me il punto interessante è l’incontro tra queste due cose: intensità e precisione.

Come è cambiato il modo di progettare un’identità visiva?

Quando studiavo, l’identità era molto più statica. Oggi è un sistema vivo.
Progetti per ambienti che cambiano continuamente: piattaforme, formati, motion, interazione.
Quindi il focus non è più solo “il logo”, ma il comportamento del brand.
 Prima progettavi elementi. Oggi progetti sistemi.
Un’identità non è più qualcosa di fisso, ma qualcosa che si comporta, che si muove, che si adatta. Il branding oggi è comportamento, non solo immagine.
Questo richiede un pensiero molto più strategico e molto più aperto. È molto più complesso, ma anche molto più interessante.


Qual è il contributo della FADU oggi alla cultura del design contemporaneo?

La FADU continua a formare designer capaci di pensare, non semplici esecutori, ma professionisti che sanno leggere il contesto, fare domande e costruire senso.
In un momento in cui tutto è velocissimo e spesso superficiale, questa capacità di andare in profondità è un valore enorme.
Credo che il suo contributo sia proprio questo: mantenere viva una cultura progettuale forte e la capacità di formare designer con uno sguardo.

Se dovessi definire la FADU con una parola?

Direi: carattere.
Perché più che insegnarti un mestiere, ti forma uno sguardo.
 E quello, poi, te lo porti dietro ovunque.



Direi anche: identità.
Perché non ti insegna solo a fare design.
 Ti costringe a capire chi sei, cosa pensi, e che posizione vuoi prendere nel mondo.

Tutte le immagini riprodotte per gentile concessione di Flopicco Design Studio.
copyright © 2026 design associati srl
Parte di questa intervista è stata pubblicata su Grafica Magazine, n. 8 (giugno 2026).
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